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Febbre, Jonathan Bazzi

Tina e Roberto, mia madre e mio padre: pronunciare, scrivere queste parole insieme scatena un cortocircuito. Restaura in me la frattura primitiva, il guaio nel guaio. Simula una ricomposizione inutile, tutta ideale. Perché a voler essere onesti, non c’è proprio niente da ricomporre: una famiglia non c’è mai stata. Al massimo c’è stata una prova, un esperimento”.

Febbre, Jonathan Bazzi, Fandango Editore
La trama

Jonathan è il protagonista e l’io narrante del romanzo, che si sviluppa a partire da due piani temporali. Nel primo c’è un uomo di trent’anni che vive tra università, yoga e una febbre che improvvisamente arriva e non vuole andare via. La ricerca di una causa, i medici, internet. La diagnosi spaventosa ma in un certo senso attesa come fine di un’ondata terribile di paura data dall’incertezza: HIV, sieropositività.

Il secondo piano temporale ripercorre la vita del protagonista, anzi da prima di lui: i genitori bambini di cui lui non ricorda l’amore, l’infanzia vissuta tra i nonni, l’adolescenza che continua ad essere difficile per una persona che si sente sempre fuori contesto: la balbuzie che non gli permette di vivere l’istruzione –nel senso più profondo del termine- come vorrebbe, una situazione familiare che è un cadere in un baratro senza riuscire a vedere il fondo, una quotidianità dominata da un disturbo d’ansia generalizzato.

La recensione

Febbre è il romanzo d’esordio di Jonathan Bazzi, edito da Fandango Editore. È anche il libro che merita di vincere il Premio Strega 2020, la notizia dell’arrivo in finale è dell’altro ieri. Il testo è stato ripescato grazie ad una clausola interna al regolamento della competizione: “Accedono quindi alla seconda votazione sei libri anziché cinque secondo l’art. 7 del regolamento di votazione: Se nella graduatoria dei primi cinque non è compreso almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo (così definito secondo la classificazione delle associazioni di categoria e le conseguenti valutazioni del comitato direttivo), accede alla seconda votazione il libro (o in caso di ex aequo i libri) con il punteggio maggiore, dando luogo a una finale a sei (o più) candidati”.

Fonte: Il Messaggero

Non più quindi cinque libri, l’iconica cinquina dello Strega, ma una sestina che include il titolo di Fandango, il romanzo d’esordio di uno scrittore che ha preso sé stesso e lo ha riversato tra le pagine.

Ancora prima di arrivare alla metà del libro, in una storia di instagram ho descritto la sensazione che la lettura di Febbre mi stava suscitando, e che è continuata per tutto il tempo. Mi sembra una puntata di Twin Peaks ho pensato, ma non certo per le atmosfere, o per le tematiche che vengono affrontate. Parlo piuttosto del fatto che Jonathan Bazzi, così come appunto David Lynch, si apre la cassa toracica e ti, ci costringe a vedere, esplorare, sentire tutto quello che c’è. E sarà doloroso, spaventoso in alcuni casi, ma alla fine del processo qualcosa si sarà aggiunto alla nostra consapevolezza, e non riusciremo mai a dimenticarci di aver fatto questo percorso.

Così mi sento ora dopo aver finito Febbre; qualche giorno di silenzio mentale per permettermi di assorbire tutto quello che ho vissuto tra le pagine.

Non solo malattia

Febbre è il virus dell’ HIV che il protagonista della storia scopre di avere, ma più in generale è qualcosa, qualcosa di brutto che persiste e che non vuole andare via. Febbre è anche il passato. È l’ infanzia, è il luogo nel quale è cresciuto, la desolazione senza speranza di una periferia -Rozzano- che rimarrà sempre appiccicata alla pelle come il sudore d’estate. Febbre è lo stallo, la colpa, la consapevolezza sofferta di essere stato il risultato di un amore giovane e inesperto, senza futuro.

Come si dice? Il libro risuona in me per tanti motivi. È una scrittura, quella diretta e chiara di Bazzi, che va dritta al cuore degli eventi, arriva in profondità al nucleo delle emozioni che narra togliendo tutto ciò che non è necessario, tutto quello che non serve.

E restituisce al mondo un romanzo che rimane.

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Ale

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