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Il Piccolo Amico

Alcuni particolari erano esatti, altri meno: per buona parte sarebbe stato impossibile dire se erano veri o falsi, ma quando i Cleve si accordavano su una cosa, questa automaticamente e irrevocabilmente diventava vera, senza che nessuno di loro serbasse coscienza dell’alchimia collettiva che l’aveva resa tale”.

Il Piccolo Amico, Donna Tartt
La trama

Il Piccolo amico, edito da Rizzoli, è il secondo romanzo pubblicato da Donna Tartt nel 2002.

Siamo nel Mississipi, anni 60’. Harriet Dufresnes è una dodicenne curiosa, intelligente, avida di sapere fino ad arrivare all’aggressività, che vive in una famiglia tutta al femminile dominata dal ricordo del fratello Robin, morto quando lei era poco più che neonata in circostanze che non sono state mai del tutto chiarite. L’omicidio –perché di questo si tratta dato che il piccolo è stato trovato impiccato all’albero di famiglia- fa precipitare la famiglia di Harriet in un’ apatia cui lei è praticamente l’unica a sfuggire. Nessuno sembra veramente interessato a scoprire l’assassino di Robin Dufresnes, ed è per questo che Harriet decide di prendere su di sé questo fardello e cerca di risolvere l’omicidio del fratellino a dodici anni di distanza.

Le premesse per un ottimo romanzo c’erano tutte, e considerando che Dio di Illusioni l’ho amato, mi sono buttata nella lettura de Il Piccolo amico con la frenesia di una baccante.

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E sono rimasta delusa.

Talmente tanto che ho abbandonato il romanzo a poco più di metà.

Il problema a mio avviso è uno solo, ma è talmente grande da scoraggiare alla lettura qualsiasi anima armata di buona volontà.

Il problema della lingua

La prosa piena, pesante, addirittura ridondante in alcuni casi che Tartt usa in Dio di Illusioni è ciò che ha reso formidabile il romanzo, perché si adatta perfettamente alla storia che l’autrice decide di raccontare. I protagonisti del libro sono complessi, stratificati, ampollosi, citazionisti al limite della noia, e lo stile dell’autrice segue in parallelo questa strada, consegnando al pubblico un romanzo nel quale scrittura e storia vanno di pari passo, si intrecciano ed esaltano l’un l’altra.

Riesco a pensare a pochi esempi per i quali vale lo stesso discorso: Amorino, di Isabella Santacroce, Persone Normali di Rooney che personalmente non ho amato ma che risponde a questa caratteristica, Le nostre anime di notte di Haruf.

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Nel Piccolo amico lo stile di Tartt rimane lo stesso perché è ciò che la distingue nel grande calderone della letteratura americana recente, ma da virtù si trasforma in difetto; alle lettrici e ai lettori arriva una storia scollegata, staccata, scollata rispetto ad una scrittura non adatta alla storia che viene raccontata, o almeno non del tutto.

Se è vero infatti che vengono restituite perfettamente le atmosfere pietrificate e depresse che regnano nella famiglia della piccola Harriet, altrettanto non si può dire quando il romanzo prende la piega del thriller e accompagna la giovane protagonista nelle indagini per scoprire la morte del fratello Robin.

In parole povere, Il Piccolo amico diventa noioso. Talmente tanto che non sono riuscita a trovare la curiosità o la forza di andare avanti nella lettura e scoprire chi ha ucciso Robin Dufresnes.

(per farlo, basta andare sulla pagina in inglese di Wikipedia. Sì lo so sono una persona ignobile).

Ale

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